Il giorno dopo.

Tutti l’abbiamo vissuto, il giorno dopo. Tante di quelle volte da aver perso il conto ormai.

Foto a cura di Alessandra Scarpa.

Foto a cura di Alessandra Scarpa

Il giorno dopo il primo fulmineo sguardo.
Il giorno dopo il primo incerto scambio di parole.
Il giorno dopo la prima tenera telefonata.
Il giorno dopo il primo dolce intreccio di mani.
Il giorno dopo il primo delicato bacio.
Il giorno dopo il primo timido ti amo.
Il giorno dopo il primo vero, furioso litigio.
Il giorno dopo il primo incontro tra due corpi appassionati.

Il giorno dopo.
Ti svegli e, al principio, sembra tutto come sempre, perché la tua mente ci mette sempre qualche momento per riannodare i pensieri. È un po’ come quando riprendi in mano un libro e succede che qualche volta devi rileggere la pagina prima del segno, o almeno qualche frase. Poi c’è quel momento in cui cominci a ricordare ogni cosa, e allora vorresti tornare alla mattina prima, quando i tuoi ricordi erano diversi, perché non era ancora successo niente. E poi te ne penti e sorridi sentendoti un po’ stupido.
Il giorno dopo. Quando scopri di amare intimamente e di desiderare ricordi duraturi e tangibili.

Benedetta Ferrara

Impareremo a perderci.

«Non ti accorgi che mi hai sempre vicino?» le disse, avvicinando dolcemente la sua mano tremante al suo viso ancora spento.All'orizzonte.Al di là della baia si ergeva solerte un faro sempre illuminato. Le acque ormai riposavano meravigliate, mentre il cielo arancio cominciava a stendersi delicatamente sul suo manto. Come ogni sera cielo e mare facevano l’amore, certi di un passato immortale e profondamente enfatici.
«Sono certa che la tua ombra si sia trasformata. I miei occhi tremano, percepisco che la tua anima sia continuamente ammantata alla mia. Ma tu non aver paura di cercare altro, non stancarti dell’oscurità. Non perdere il mio lontano sguardo tra la folla stremata, ma infilati ancora in quei sentieri di ricordi vagheggianti e di candide possibilità.» rispose lei, allontanandosi lentamente per dedicarsi soltanto alla luce fioca del faro che amabilmente ricopriva i corpi nudi di chi ancora continuava a perdersi l’uno nell’altra.
«Sai bene che io ignoro il domani. Preferisco crescere oggi.»
«E allora ti prego, abbracciami.» gli sussurrò sempre distante. Quelle parole vibrarono in quell’atmosfera calda come un sibilo che sa delicatamente urtare i timpani.
«Se un giorno cercherai questi occhi e saprai di averli persi, allora non piangere, ma aggrappati a te stessa. Non accarezzare il tuo corpo snello, non morderti le mani, ma bacia la tua anima e sorridi cercando quel posto che continui ad ignorare. So che presto ti perderai in un vortice di dolci percezioni.» le disse, tenendola stretta tra le sue braccia robuste.
Entrambi volsero lo sguardo verso il mare ancora inebriato dalla passione crepuscolare. Non sorridevano, sapevano che si sarebbero persi. Invidiavano la libertà percettiva della Natura che sa lasciarsi trascinare dalle emozioni come un’eterna vergine.
Lui allora le stampò un bacio sulla fronte. Caldo, intenso.
«Ti aspetterò, in quel domani che ignoro, al di là di questa baia. E sapremo perderci come questo mare. Come questo cielo.»

Condividiamo lo stesso sole.

Quando la conobbi, vagavo tra infinite e sconosciute stradine da tre anni ormai, non avevo aspirazioni, non possedevo un passato, il mio presente era incerto, il mio futuro agognante. Non conoscevo l’Amore, non sapevo quanto meravigliosa potesse essere la vita se vissuta nel posto dove la tua Anima rinasce, se vissuta con una persona speciale.
Prima di conoscere quella donna, ero persa.
Poi, rinacqui, grazie al suo sorriso.

Castiglione del lago.

Foto a cura di Chiara Barbieri.

«Signorina siamo arrivati.» sussurrò una voce molto dolce al mio orecchio.
Aprii gli occhi molto lentamente, avevo dormito per molte ore e avevo perso completamente il controllo del mio corpo.
La mente aveva viaggiato attraverso visioni soprannaturali per troppo tempo.
«Ah! La ringrazio.» risposi, alzandomi dalla poltrona con uno scatto brusco.
Mi accorsi che i vagoni erano già tutti vuoti, ma quella gentile donna aveva aspettato che io mi svegliassi prima di scendere dal treno.
Presi la mia unica borsa e mi allontanai di corsa da quell’aria malsana, accompagnata da quella signora sconosciuta.
«E così, sei del posto?» mi domandò con un cordialissimo sorriso.
Io la fissai e non sapevo cosa dirle. Non sapevo nemmeno io di dove fossi.
«No, sono di passaggio. Qualcosa mi ha spinta a venire fin qui.»
«E da dove arrivi?» mi chiese con estrema curiosità.
Era un donna anziana. Lunghi capelli bianchi le coprivano metà volto. Era una splendida capigliatura color argento, ancora sana e ben curata. Il suo viso, o almeno la metà visibile, era incorniciato da profonde e sottili rughe, i suoi occhi dipinti di un bellissimo color nocciola. Nascondevano un’eleganza unica, erano accesi e curiosi di scovare anche la più piccola cartilagine del mondo che la circondava.
«Io arrivo da molto lontano. Sono stata ovunque, non ho mai trovato un luogo in cui poter dire “sono a casa”. Lei invece, ce l’ha questo posto??» le risposi con un gusto amaro che impastava la mia lingua.
«Ce l’avevo, mio marito non c’è più e quella che era casa nostra adesso non è altro che un buco di dolci ricordi… Ricordi che mi fanno socchiudere gli occhi e mi fanno assaggiare il sapore salato delle mie lacrime.» disse a testa alta.
Nelle sue parole lessi tanta tristezza e nostalgia, eppure il suo sguardo era rimasto lo stesso.
Fiero, superbo e piuttosto vivace.
«Anch’io sono alla ricerca di un posto, proprio come te, ma io almeno so da dove vengo e so dove voglio arrivare.» continuò e poi si allontanò, trascinando con sé le sue due valigie.
«Le auguro il meglio!» dissi, mentre lei già stava andando via.
Lei si voltò e mi sorrise.
Era dolce, sereno. In un decimo di secondo quel sorriso aveva riempito la mia anima di tenero affetto. Prima d’ora non avevo mai assistito ad uno spettacolo tanto meraviglioso.
«Troverai il tuo posto. Dai tuoi occhi prevedo sana felicità, mani che si intrecciano fino a perdersi in pura leggiadria e due Anime che condividono lo stesso sole. Ti innamorerai presto, troverai il tuo posto.» affermò e poi non la vidi più.
Rimasi immobile e cominciai a sorridere, spontaneamente, come non avevo mai fatto prima.
Poi, alzai lo sguardo e osservai il cielo azzurro.
«Condividerò lo stesso sole, con un’altra Anima. Grazie.» sussurrai con un filo di voce e lanciai un bacio in quel cielo sconosciuto.

Benedetta Ferrara

In vetrina.

«Ci si stanca a dover sorridere sempre, il sapore delle lacrime è così dolce e di tanto in tanto le faccio passeggiare sul mio viso.»In vetrina.

Era immobile, come ad attendere una reazione su un volto troppo stanco per poter reagire, ancora e ancora. Spesso i suoi occhi si perdevano nella luce fredda riflessa ad uno specchio sporco, ma giudizioso.
«Da quando ti conosco, ho imparato a riconoscere a distanza i tuoi sorrisi, i tuoi silenzi, le tue parole un po’ fredde e un po’ colorite. Da quando ti conosco, ho imparato a guardarti negli occhi.» disse, osservando delle vecchie decorazioni natalizie che erano ancora in bella mostra nella vetrina di una storica libreria sul corso.
«E allora perché non mi guardi negli occhi? Ora.» risposi freddamente.
«Perché te ne andresti, come sempre. O non riusciresti a sorreggere il mio sguardo e cominceresti a guardarti le mani, o a prendere uno di quei libri, che son presenti nella tua borsa. E’ sempre così.».
Non riuscivo a pronunciare nemmeno una sillaba. Era come se quella risposta avesse congelato la mia lingua. Il palato aveva acquisito un gusto amaro e le mani cominciavano a sudare.
«Le vedi queste decorazioni?» mi chiese, indicando la vetrina che stavamo osservando da un bel po’ ormai.
«Sì.» riuscii soltanto a dire, e misi le mani in tasca per non fargli notare il mio acceso nervosismo.
«E’ vecchia questa libreria, saggia, ha sofferto la crisi, ma è ancora in piedi, nascosta in un angolo buio di una città in continuo movimento. Ogni anno il proprietario decora la vetrina per Natale sempre con gli stessi addobbi, ma lo fa con passione, con coraggio, come per voler cogliere l’attenzione di una clientela assente, e lascia quelle decorazioni per lunghi mesi, anche dopo la fine del Natale. Decorazioni che però nessuno guarda con attenzione.» mi spiegò, rimanendo impassibile davanti allo specchio della vetrina. I suoi occhi verdi fissi, mentre i suoi capelli color del legno di ciliegio si muovevano seguendo il soffio del vento, «Tu sei come il proprietario di questa vetrina.» concluse e poi si voltò a fissarmi.
«Non riesco a capirti…» sussurrai e mi voltai verso la strada opposta.
Evitai il suo sguardo, come sempre. Come aveva detto lui.
«Tu sei proprio come lui. Impieghi tempo e passione per migliorare la tua aura, sempre con gli stessi gesti e le stesse parole, e alla fine nessuno ci bada.»
«Certo che la gentilezza non rientra nel bagaglio della tua personalità!» gli dissi nervosa, cominciando ad andare via.
«Ehi… Io la guardo sempre questa vetrina.» esclamò e sentii che la sua mano aveva afferrato la mia, arrestando il mio cammino, «Io sto sempre a fissare queste decorazioni, son sempre le stesse, piene di polvere, immobili, eppure le ammiro. Sono brillanti, sono dolci. Non me ne stanco mai.» continuò e strinse anche l’altra mia mano.
Cominciai a fissare le nostre mani unite, le sue grandi, le dita lunghe e affusolate, le mie piccole, quasi come se appartenessero al corpo di una bambina.
«Non so che dirti…» provai a dire, ma forse quelle quattro parole erano suonate come un fischio rotto e sordo.
«Dimmi che resterai sempre lì, in quella vetrina. Sempre la stessa, che aspetterai i miei occhi, gli unici capaci di comprendere la tua bellezza. Dimmi che non cambierai, che non andrai via. E ogni sera mi ritroverai sempre lì, ad ammirarti. Ci sarò sempre.»
Un sorriso ricoprì dolcemente il mio volto, lo sentii accarezzarlo come la mano di una dolce mamma che scivola sul viso del proprio bimbo. Alzai lo sguardo e lui era lì, a guardare il mio viso stanco come se fosse la cosa più soave al mondo. E lui era lì.
«E poi sfido chiunque a stare dietro ai tuoi ragionamenti contorti e anticonformisti come riesco a fare solo io!» aggiunse ridendo.
Osservai quel suo bellissimo sorriso, assaporai ogni attimo di quel meraviglioso suono che era la sua risata. E il mio viso s’illuminò, ne avevo avvertito la luce, e cominciai a ridere anch’io.
«Piangere è facile, ma per chi come te ha conosciuto la sofferenza, ridere è la vera sfida. E voglio esserci, voglio lottare con te.» disse, continuando a dedicarmi quello sguardo unico.
«E io voglio avere te nella mia squadra. Solo te.» riuscii a dire, e lo strinsi a me, come non ero mai riuscita a fare prima, «E poi sfido chiunque a stare dietro ai tuoi ragionamenti radical chic come riesco a fare solo io!» aggiunsi ridendo e gustai ogni frequenza di quel suono ancora sconosciuto.

Benedetta Ferrara

Piccola.

Foto a cura di Claudio Santoriello.

Piccola.
Senza di te.
Guardo il cielo e i capelli rabbrividiscono,
Una spessa coperta di stelle argentee,
Adesso un tunnel che mi conduce all’infinito nel buio.
Fragile.
Senza di te.
Le mie mani tremano.
Prima, sempre prudenti su quei tasti ormai consumati.
Debole.
Senza di te.
Le mie gambe vacillano nel percorso che ho reso solo mio.
Volavano, prima, ad una spanna dal terreno.
I miei occhi, non riesco più ad ascoltarli.
Senza di te.
Confessavano segreti, suggerivano melodie, seguivano il filo della tua Anima,
Mi conducevano a te.
Adesso piango osservando quel cielo,
Incrocio le braccia al petto
E me lo concedo un sorriso.
Me lo voglio concedere. Sempre.

Ma piccola. Resterò piccola.

Benedetta Ferrara

E poi scomparvero.

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Se non ti scrivo più, non vuol dire che tu non stia sempre oziando in quell’angolo nebbioso della mia mente.

Se non scrivo più di te, non vuol dire che tu non stia ancora a conversare con quel cantuccio appassionato della mia coscienza.

Se non parlo più di te, non vuol dire che i miei occhi abbiano smesso di scrutarti in lontananza.

Se non ti ascolto più, non vuol dire che la mia anima non stia contando ogni tua sommessa parola.

Se non ti cerco più, non vuol dire che ogni notte non ti ritrovi sempre in quel bosco gelante.

«Se fossimo nati per salvarci da soli?»
«Allora non avremmo dovuto incontrarci.»

E poi scomparvero.

Benedetta Ferrara

A Te.

A te, che stai lottando già da una vita passata.
A te, che impari a conoscerti giorno per giorno e non dici mai di no.
A te, che hai dimenticato cosa sia l’Amore, ma ti vibra il cuore quando osservi un dolce bacio.
A te, che osservi il cielo più delle volte in cui ammiri il tuo viso allo specchio.
È opaco ormai.375833_634911929856955_518303084_n
A te, che sfiori la mano della persona che ami ma non riesci a stringerla più.
A te, che saresti capace di ingoiare l’odio del mondo pur di poter sfiorare la mano della tua persona, almeno una volta.
A te, che regali sorrisi e poi piangi di notte.
A te, che regali sorrisi e poi speri in un cambiamento.
A te, che guardi al futuro con un occhio socchiuso e l’altro serrato.
A te, che guardi al futuro e porti le mani al petto per l’emozione.
A te, che hai paura, ma non lo dici a nessuno.
A te, che speri in un sì, da quell’unica anima.
A te, che ricevere un no significa graffiare la tua anima.
A te, che baci, che stringi forte, che ridi, che piangi, che sogni, che riposi, che osservi con audacia.
A te, dico, sii sempre coraggioso.
Affidati al mondo.

Benedetta Ferrara