Al di là. Al di qua.

Avevo pianto.

Ieri notte ho pianto. Ero stanca, ero malinconica, avevo litigato per futili motivi con alcune persone, per anni presenze essenziali della mia quotidianità. Ho cominciato a piangere e non riuscivo a smettere. Un ricordo ne trascinava un altro, e poi un altro, e un altro ancora.
E più piangevo, più sentivo il bisogno di dover continuare. Fino a consumare ogni lacrima, fino a svuotarmi del tutto.
«No, non è colpa mia. No, non è colpa mia.» continuavo a ripetermi, singhiozzando nervosamente.
E non era colpa mia. A volte la vita fa giri lunghissimi, per poi farti giungere proprio in quel luogo, in quel momento, in quell’attimo che avevi cercato da sempre di evitare. E allora cominci a piangere, perché nulla può cambiare ormai, perché tutto è andato e mai più sarà.
Gli ho scritto, pur sapendo quanto fosse inutile.
«Mi manchi. Avrei solo bisogno di te».
Poche parole, ma così tanta sofferenza. Solo lui riusciva a calmarmi, solo lui riusciva ad arrestare ogni mia lacrima e a farmi sorridere.
Allora l’ho sognato. Lui stava bene. Riccio come una volta, ben vestito come sempre. Sorrideva e mi baciava. Si vantava di me con un suo amico, «Lei è la mia ragazza, ha talento, è buona ed è sempre impegnata».

Foto di Chiara Barbieri.

Foto di Chiara Barbieri.

Così, lui parlava di me. E sorrideva ancora. Quanto avrei voluto svegliarmi e poterlo tenere lì, al mio fianco, tra le mia braccia.
La mattina seguente, mi sono svegliata con gli occhi gonfi e pesti, con l’animo un po’ sgualcito, ma pervasa da una gioia innaturale. Così intensa da farmi scoppiare in un sorriso infinito. Perché c’era stato lui, di notte affianco a me, nei miei sogni.

«Stanotte ti ho sognata. Fotografavi una colomba bianca e pioveva tantissimo».
Lessi, con gli occhi ancora socchiusi, quel messaggio sul mio cellulare.
Era Elena, un’amica d’infanzia. Una ragazza che come me, ama vivere di passioni e di ambizioni. Una ragazza che come me, ha un po’ il dono dell’empatia.
Ho cominciato a sorridere, poi subito a piangere. Piangere per l’immensa felicità.
La pioggia, le mie lacrime. La colomba bianca, la sua mano che mi accarezza, i suoi occhi che non mi perdono mai, i suoi abbracci che mi tengono al sicuro.
Elena aveva fatto da tramite. Il suo sogno aveva parlato a nome suo.
Lui avrebbe voluto rassicurarmi, come sempre. Non avrebbe potuto, ma ha trovato un mezzo. Ha scoperto un ponte per rimanere, nonostante tutto, legato a me.

Avevo pianto.
Ma alla fine ho pianto, sorridendo. Sorridendogli.

Un giorno, da qualche parte.

Foto di Chiara Barbieri.

Foto di Chiara Barbieri.

«C’è un posto per noi, da qualche parte, dove regna pace e tranquillità, all’aria aperta. E’ lì ad attendere per noi, lì da qualche parte.» Ci sarà tempo per noi, un giorno ci sarà un momento anche per noi. Tempo per stare insieme, per imparare. Tempo per curarci, per perdonarci. Un giorno. «Da qualche parte. Troveremo un modo nuovo di vivere.» Sì, ci sarà un posto per noi, un tempo e un luogo per noi. Terrai la mia mano, io ti ci porterò in qualche modo, da qualche parte. Un giorno.

Benedetta Ferrara


Salviamoci.

Feci un passo piccolissimo, gli dissi che avevamo bisogno di parlare.
Lui camminò verso di me, lentamente, sorridendo educatamente di rimando. Mi fissò dritto nei miei occhi già lucidi, «Sediamoci, sarà solo una chiacchierata».
Una finestra alla nostra destra cominciò a raccontare la nostra storia. Nella luce che pian piano colpiva il suo specchio, io avevo visti i nostri cuori che erano stati incastrati dal destino. La luce che delicatamente scivolava sulla tenda, i nostri corpi che s’intrecciavano amandosi. La luce che si allontanava pacatamente, le nostre mani che invano provavano a dirsi addio.
Tra paura e senso di colpa, cominciai a sudare e a chiedermi perché fossi arrivata lì.
«Dove ho sbagliato? Ho perso l’anima da qualche parte lungo l’amaro sentiero delle nostre esistenze» cominciai a balbettare, tremando inesorabilmente.
«Io sarei rimasto in piedi con te tutta la notte, se avessi saputo come salvarti la vita.» lui mi rispose e mi strinse la mano.

Photo by "My Wife's Fight With Breast Cancer"

Photo by “My Wife’s Fight With Breast Cancer”

Avrei dovuto fargli sapere che io già ero a conoscenza di ogni suo più misero pensiero. Avrei dovuto stilargli una lista dei miei errori, dei suoi gesti d’amore purissimo.
Avrei dovuto pregare Dio perché lui mi stesse a sentire. Ancora una volta.
«Ho abbassato la voce troppe volte per concederti un’ultima possibilità. Hai deciso sempre di urlare.»
Lui ammetterà tutto. Che ormai prova solo odio logorante, che non accetta più il mio sguardo insano. Che sto morendo, che voglio morire. Che mi sto uccidendo. Che non sopporta più il mio corpo inerme ogni sera accanto al letto, sul pavimento. Che non può più amarmi.
«Kasia, io non so più che fare…»
Oppure dirà di non essere più lo stesso, comincerà a chiedermi perché mai io sia ancora lì, a cercarlo, a volerlo, ad osservare il suo viso incorniciato da occhi grandissimi e labbra carnose. Oppure dirà che è colpa sua, che se non è riuscito a cambiarmi è perché lui non è abbastanza forte.
«Guardati, ti prego…» continuava a ripetere con le lacrime agli occhi.
Oppure dirà che non gli piaccio più.
«Non ti riconosco.»
Oppure dirà che non l’amo abbastanza per riuscire a smettere, che sto ammazzando anche lui.
«E se t’amo ancora, è perché non voglio perderti, non voglio che tu ti perda. E se t’amo ancora è perché voglio ritrovare il sorriso di cui mi sono innamorato cinque anni fa. E se t’amo ancora è perché ho bisogno sempre e per sempre di queste mani. Io ti salverò. Non mi arrenderò mai.»
Poi, mi strinse e io cominciai a piangere, come non facevo da tempo. E mi risvegliai. Non sarei morta, avrei combattuto. Per lui. Per me.

Benedetta Ferrara

Il giorno dopo.

Tutti l’abbiamo vissuto, il giorno dopo. Tante di quelle volte da aver perso il conto ormai.

Foto di Alessandra Scarpa.

Foto di Alessandra Scarpa.

Il giorno dopo il primo fulmineo sguardo.
Il giorno dopo il primo incerto scambio di parole.
Il giorno dopo la prima tenera telefonata.
Il giorno dopo il primo dolce intreccio di mani.
Il  giorno dopo il primo delicato bacio.
Il giorno dopo il primo timido ti amo.
ll giorno dopo il primo vero, furioso litigio.
Il giorno dopo il primo incontro tra due corpi appassionati.

Il giorno dopo.
Ti svegli e, al principio, sembra tutto come sempre, perché la tua mente ci  mette sempre qualche momento per riannodare i pensieri. È un po’ come quando riprendi in  mano un libro e succede che qualche volta devi rileggere la pagina prima del segno, o almeno  qualche frase. Poi c’è quel momento in cui cominci a ricordare ogni cosa, e allora vorresti  tornare alla mattina prima, quando i tuoi ricordi erano diversi, perché non era ancora  successo niente. E poi te ne penti e sorridi sentendoti un po’ stupido. Il giorno dopo. Quando  scopri di amare intimamente e di desiderare ricordi duraturi e tangibili.

Benedetta Ferrara

Impareremo a perderci.

«Non ti accorgi che mi hai sempre vicino?» le disse, avvicinando dolcemente la sua mano tremante al suo viso ancora spento.All'orizzonte.Al di là della baia si ergeva solerte un faro sempre illuminato. Le acque ormai riposavano meravigliate, mentre il cielo arancio cominciava a stendersi delicatamente sul suo manto. Come ogni sera cielo e mare facevano l’amore, certi di un passato immortale e profondamente enfatici.
«Sono certa che la tua ombra si sia trasformata. I miei occhi tremano, percepisco che la tua anima sia continuamente ammantata alla mia. Ma tu non aver paura di cercare altro, non stancarti dell’oscurità. Non perdere il mio lontano sguardo tra la folla stremata, ma infilati ancora in quei sentieri di ricordi vagheggianti e di candide possibilità.» rispose lei, allontanandosi lentamente per dedicarsi soltanto alla luce fioca del faro che amabilmente ricopriva i corpi nudi di chi ancora continuava a perdersi l’uno nell’altra.
«Sai bene che io ignoro il domani. Preferisco crescere oggi.»
«E allora ti prego, abbracciami.» gli sussurrò sempre distante. Quelle parole vibrarono in quell’atmosfera calda come un sibilo che sa delicatamente urtare i timpani.
«Se un giorno cercherai questi occhi e saprai di averli persi, allora non piangere, ma aggrappati a te stessa. Non accarezzare il tuo corpo snello, non morderti le mani, ma bacia la tua anima e sorridi cercando quel posto che continui ad ignorare. So che presto ti perderai in un vortice di dolci percezioni.» le disse, tenendola stretta tra le sue braccia robuste.
Entrambi volsero lo sguardo verso il mare ancora inebriato dalla passione crepuscolare. Non sorridevano, sapevano che si sarebbero persi. Invidiavano la libertà percettiva della Natura che sa lasciarsi trascinare dalle emozioni come un’eterna vergine.
Lui allora le stampò un bacio sulla fronte. Caldo, intenso.
«Ti aspetterò, in quel domani che ignoro, al di là di questa baia. E sapremo perderci come questo mare. Come questo cielo.»

Benedetta Ferrara

Condividiamo lo stesso sole.

Quando la conobbi, vagavo tra infinite e sconosciute stradine da tre anni ormai, non avevo aspirazioni, non possedevo un passato, il mio presente era incerto, il mio futuro agognante. Non conoscevo l’Amore, non sapevo quanto meravigliosa potesse essere la vita se vissuta nel posto dove la tua Anima rinasce, se vissuta con una persona speciale.
Prima di conoscere quella donna, ero persa.
Poi, rinacqui, grazie al suo sorriso.

Castiglione del lago.

Foto di Chiara Barbieri.

«Signorina siamo arrivati.» sussurrò una voce molto dolce al mio orecchio.
Aprii gli occhi molto lentamente, avevo dormito per molte ore e avevo perso completamente il controllo del mio corpo.
La mente aveva viaggiato attraverso visioni soprannaturali per troppo tempo.
«Ah! La ringrazio.» risposi, alzandomi dalla poltrona con uno scatto brusco.
Mi accorsi che i vagoni erano già tutti vuoti, ma quella gentile donna aveva aspettato che io mi svegliassi prima di scendere dal treno.
Presi la mia unica borsa e mi allontanai di corsa da quell’aria malsana, accompagnata da quella signora sconosciuta.
«E così, sei del posto?» mi domandò con un cordialissimo sorriso.
Io la fissai e non sapevo cosa dirle. Non sapevo nemmeno io di dove fossi.
«No, sono di passaggio. Qualcosa mi ha spinta a venire fin qui.»
«E da dove arrivi?» mi chiese con estrema curiosità.
Era un donna anziana. Lunghi capelli bianchi le coprivano metà volto. Era una splendida capigliatura color argento, ancora sana e ben curata. Il suo viso, o almeno la metà visibile, era incorniciato da profonde e sottili rughe, i suoi occhi dipinti di un bellissimo color nocciola. Nascondevano un’eleganza unica, erano accesi e curiosi di scovare anche la più piccola cartilagine del mondo che la circondava.
«Io arrivo da molto lontano. Sono stata ovunque, non ho mai trovato un luogo in cui poter dire “sono a casa”. Lei invece, ce l’ha questo posto??» le risposi con un gusto amaro che impastava la mia lingua.
«Ce l’avevo, mio marito non c’è più e quella che era casa nostra adesso non è altro che un buco di dolci ricordi… Ricordi che mi fanno socchiudere gli occhi e mi fanno assaggiare il sapore salato delle mie lacrime.» disse a testa alta.
Nelle sue parole lessi tanta tristezza e nostalgia, eppure il suo sguardo era rimasto lo stesso.
Fiero, superbo e piuttosto vivace.
«Anch’io sono alla ricerca di un posto, proprio come te, ma io almeno so da dove vengo e so dove voglio arrivare.» continuò e poi si allontanò, trascinando con sé le sue due valigie.
«Le auguro il meglio!» dissi, mentre lei già stava andando via.
Lei si voltò e mi sorrise.
Era dolce, sereno. In un decimo di secondo quel sorriso aveva riempito la mia anima di tenero affetto. Prima d’ora non avevo mai assistito ad uno spettacolo tanto meraviglioso.
«Troverai il tuo posto. Dai tuoi occhi prevedo sana felicità, mani che si intrecciano fino a perdersi in pura leggiadria e due Anime che condividono lo stesso sole. Ti innamorerai presto, troverai il tuo posto.» affermò e poi non la vidi più.
Rimasi immobile e cominciai a sorridere, spontaneamente, come non avevo mai fatto prima.
Poi, alzai lo sguardo e osservai il cielo azzurro.
«Condividerò lo stesso sole, con un’altra Anima. Grazie.» sussurrai con un filo di voce e lanciai un bacio in quel cielo sconosciuto.

Benedetta Ferrara

Piccola.

Foto di Claudio Santoriello.

Piccola.
Senza di te.
Guardo il cielo e i capelli rabbrividiscono,
Una spessa coperta di stelle argentee,
Adesso un tunnel che mi conduce all’infinito nel buio.
Fragile.
Senza di te.
Le mie mani tremano.
Prima, sempre prudenti su quei tasti ormai consumati.
Debole.
Senza di te.
Le mie gambe vacillano nel percorso che ho reso solo mio.
Volavano, prima, ad una spanna dal terreno.
I miei occhi, non riesco più ad ascoltarli.
Senza di te.
Confessavano segreti, suggerivano melodie, seguivano il filo della tua Anima,
Mi conducevano a te.
Adesso piango osservando quel cielo,
Incrocio le braccia al petto
E me lo concedo un sorriso.
Me lo voglio concedere. Sempre.

Ma piccola. Resterò piccola.

Benedetta Ferrara