Le nostre valigie.

«Corri, perdiamo il treno!» esclamai con l’ultimo anelito di respiro che mi restava.

Dietro di me una valigia piena di affanni, urla e disperazione. Non amavo quelle giornate che ogni sera perdevano i miei passi e che continuavano a ripetersi, simili e vuote. Impegni che ogni mattina provavo a caricarmi, ancora e ancora, sulle mie piccole spalle come imponenti pietre da dover forzatamente trasportare ed impossibili da lasciar marcire sul ciglio di un marciapiede, a corrodersi sotto una pioggia perenne e tremenda, per poi scomparire come polvere insignificante.

Chiusi gli occhi, inspirai profondamente, come lui mi ripeteva sempre di fare, “Ti ossigena il cervello e tu ne hai un costante bisogno”. Apprezzavo il modo in cui provava a prendersi cura di me: timidamente e sommessamente.

Entrammo in treno, straripante di viaggiatori entusiasti e turisti confusi alla ricerca unica del sole e del mare italiani.

«Ecco i nostri posti» disse e gentilmente strinse la mia valigia tra le sue mani amiche, per riporla al posto assegnatole.

Ci sedemmo l’una di fronte all’altro, cercando un po’ di sollievo per le nostre gambe già stremate. Accanto a noi, una coppia adulta. Entrambi sulla sessantina, capelli bianchi, occhiali da vista riposti garbatamente sulla punta del naso. Due fedi d’oro brillante, indossate da anulari troppo grossi e gonfi per poter essere sfilati.

«Signora, se vuole sedersi accanto a suo marito, non si preoccupi, cambiamo posto» disse lui, rivolgendosi con tono bambino alla signora al mio fianco.

«Dopo quarantadue anni di matrimonio, credo che vada bene sederci l’una di fronte all’altro!» rispose sorridendo dolcemente.

Entrambi ridemmo alla sua risposta e le sorridemmo di rimando.

Cominciarono a chiacchierare tra loro. Stranamente in lingua inglese. Eppure la signora aveva un perfetto accento italiano e nessuna traccia di dialetti particolari.

«Siete inglesi, quindi?» chiese lui dopo pochissimo.

Aveva la capacità di riuscire ad interagire così facilmente e velocemente con gli stranieri. Con il suo accento americano, provò immediatamente ad entrare in contatto con quelle due anime sconosciute, ma dagli occhi amici. Era un suo profondissimo pregio: la curiosità mista all’amore per l’altro. Per lo straniero. Per culture apparentemente lontanissime.

«Siamo australiani, in realtà» risposero entrambi ridendo.

Erano gentili. Cortesi. I nostri occhi brillarono all’unisono. I suoi più dei miei. Da quando lo conoscevo, non aveva fatto altro che parlarmi del suo desiderio di vivere un giorno in Australia, dove i sogni diventano realtà. Realtà concreta. E da quando lo conoscevo non avevo fatto altro che assistere a situazioni del genere. Lui che comincia a parlare inglese con sconosciuti, come se fossero familiari di un’intera vita. L’ammiravo sinceramente per questa sua capacità. Io ancora non ne ero capace, forse per la mia poca esperienza in giro nel mondo, forse per la timidezza mista all’insicurezza.

Ricordo solo di aver chiacchierato durante le due ore di treno con la signora Annangela. Lei dal sorriso fraterno, dalla voce flebile e dolcissima. Capelli bianchi, occhiali leggermente poggiati sulla punta del naso, mani armoniose e sguardo sereno.

«Vi auguro il meglio, ad entrambi. Mio padre mi diceva sempre che avrei potuto fare qualsiasi cosa da grande: è ciò che voglio dire a voi. Potete fare tutto ciò che desiderate» aggiunse, accompagnando la frase con una carezza sulla spalla.

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Berlin, 20 Agosto 2016.

A Roma ci salutammo. Le nostre strade si separarono, con la speranza di riuscire ad incontrarli un giorno, di nuovo, e di poter abbracciare una realtà differente. Un posto che sappia cullarci, un lavoro che possa farci sorridere, di sera, stanchi, a letto.

Intanto, le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede. Avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada sembrava man mano trasformarsi in vita.

Benedetta Ferrara

GRAZIE.

Avrei voluto farlo prima. Ecco, vorrei cominciare così.
Avrei voluto farlo prima, vorrei abbracciarvi uno ad uno, ma negli ultimi giorni dell’anno che ci ha appena salutato, tra mal di schiena, influenza, mal di gola e raffreddore, proprio non ce l’ho fatta a mettere insieme una frase di senso compiuto. Vi ho voluto risparmiare inutili e detestabili parafrasi per capirci qualcosa! Alla fine, però, sono di nuovo qui. Questa volta sono qui per dirvi semplicemente, colma di gioia: GRAZIE.

È stato un anno in bilico tra il dolce e l’amaro.
Tra i sorrisi più sani e i pianti più crudi.
Eppure, ha saputo regalarmi le più belle soddisfazioni.
Mettiamo insieme un po’ di numeri:

PicMonkey Collage260.700 visualizzazioni
38 Paesi hanno visitato almeno una volta il mio piccolo Blog
4 racconti pubblicati in un anno (davvero pochini, ma è stato un anno duro e mi farò perdonare)
Più di 1000 mi piace sulla Pagina FB e ne vado fiera.

Nella mia vita di tutti i giorni – che si sta trasformando sempre più in una puntata di uno dei tanti telefilm che guardo! – sono cambiate diverse cose:

Mi sono messa in discussione diverse volte nel mio lavoro da giornalista, provando ad
allontanarmi dalla pura e semplice scrittura. Ho moderato eventi, sono diventata Caporedattrice di una rivista e posso affermare di sentirmi soddisfatta per ogni più piccolo passo.
Sono stata nella mia amatissima Milano che ha saputo abbracciarmi con un calore indescrivibile.
SONO DIVENTATA ZIA!
Ed è stato l’evento più emozionante ed intenso di tutto l’anno e forse di tutta la mia vita fino ad ora. Una nascita è sempre felicità incomparabile.
Durante quest’anno ho potuto stampare nella mia flebile anima il volto di amici che so che saranno al mio fianco per il resto della mia vita.
Ora lo so. Ne sono certa.
Ma mi hanno anche spezzato il cuore. Io, però, rivolgo lo sguardo al futuro, a chi sa realmente comprendermi.
Dulcis in fundo, il mio destino mi ha trascinata in un luogo che poco frequento, perché lontano dal mio essere, per farmi conoscere una persona, un’anima, uno spirito, che ha saputo migliorarmi l’intero anno. Il mio 2015, grazie a lui, lo ricorderò sempre con un tenerissimo sorriso, proprio come quello stampato sul suo volto.

Io non posso che ripetervi GRAZIE, e regalarmi, regalarci, la speranza di un 2016 ancora più bello. E come dice la mia amata Lucy:

Immagine (2)

Con immensa gratitudine, Benedetta.

Al di là. Al di qua.

Avevo pianto.

Ieri notte ho pianto. Ero stanca, malinconica, avevo litigato per futili motivi con diverse persone, per anni presenze essenziali della mia quotidianità. Ho cominciato a piangere, senza riuscire a smettere. Un ricordo ne trascinava un altro, e poi un altro, e un altro ancora.
E più piangevo, più sentivo il bisogno di dover continuare. Fino a consumare ogni lacrima, fino a svuotarmi del tutto.
«No, non è colpa mia. No, non è colpa mia.» continuavo a ripetermi, singhiozzando nervosamente.
E non era colpa mia. A volte la vita fa giri lunghissimi, per poi farti giungere proprio in quel luogo, in quel momento, in quell’attimo che avevi cercato da sempre di evitare. E allora cominci a piangere, perché nulla può cambiare ormai, perché tutto è andato e mai più sarà.
Gli ho scritto, pur sapendo quanto fosse inutile.
«Mi manchi. Avrei solo bisogno di te».
Un soffio di parole. Solo lui riusciva a calmarmi, solo lui riusciva ad arrestare ogni mia lacrima e a farmi sorridere.
Allora l’ho sognato. Lui stava bene. Riccio come una volta, ben vestito come sempre. Sorrideva e mi baciava. Si vantava di me con un suo amico, «Lei è la mia ragazza, ha talento, è buona ed è sempre impegnata».

Foto di Chiara Barbieri.

Foto di Chiara Barbieri.

Così, lui parlava di me. E sorrideva ancora. Quanto avrei voluto svegliarmi e poterlo tenere lì, al mio fianco, tra le mia braccia.
La mattina seguente, mi sono svegliata con gli occhi gonfi e pesti, con l’animo un po’ sgualcito, ma pervasa da una gioia così radicata. Tanto intensa da donarmi un dolce sorriso infantile. Lui c’era stato, di notte, affianco a me, nei miei sogni.

«Stanotte ti ho sognata. Fotografavi una colomba bianca e pioveva tantissimo».
Lessi quel messaggio sul mio cellulare, con gli occhi ancora socchiusi.
Era Elena, un’amica d’infanzia. Una ragazza che come me, ama vivere di passioni e di ambizioni. Ho cominciato a sorridere, poi ad emozionarmi, per l’eterna felicità che sa recarmi anche senza la sua fisica presenza. Qui, con me.
La pioggia, le mie lacrime. La colomba bianca, la sua mano che mi accarezza.
I suoi occhi che non mi perdono mai, i suoi abbracci che mi tengono al sicuro.
Elena aveva fatto da tramite. Il suo sogno aveva parlato a nome suo.
Lui avrebbe voluto rassicurarmi, come sempre. E ce l’ha fatta.
Ha scoperto un ponte per rimanere, nonostante tutto, legato a me.

Avevo pianto.
Ma alla fine ho pianto, sorridendo. Sorridendogli.

Benedetta Ferrara

Un giorno, da qualche parte.

Foto di Chiara Barbieri.

Foto di Chiara Barbieri.

«C’è un posto per noi, da qualche parte, dove regna pace e tranquillità, all’aria aperta. E’ lì ad attendere per noi, lì da qualche parte.» Ci sarà tempo per noi, un giorno ci sarà un momento anche per noi. Tempo per stare insieme, per imparare. Tempo per curarci, per perdonarci. Un giorno. «Da qualche parte. Troveremo un modo nuovo di vivere». Sì, ci sarà un posto per noi, un tempo e un luogo per noi. Terrai la mia mano, io ti ci porterò in qualche modo, da qualche parte. Un giorno.

Benedetta Ferrara


Salviamoci.

Feci un passo piccolissimo, gli dissi che avevamo bisogno di parlare.
Lui camminò verso di me, lentamente, sorridendo educatamente di rimando. Mi fissò dritto nei miei occhi già lucidi, «Sediamoci, sarà solo una chiacchierata».
Una finestra alla nostra destra cominciò a raccontare la nostra storia. Nella luce che pian piano colpiva il suo specchio, io avevo visti i nostri cuori che erano stati incastrati dal destino. La luce che delicatamente scivolava sulla tenda, i nostri corpi che s’intrecciavano amandosi. La luce che si allontanava pacatamente, le nostre mani che invano provavano a dirsi addio.
Tra paura e senso di colpa, cominciai a sudare e a chiedermi perché fossi arrivata lì.
«Dove ho sbagliato? Ho perso l’anima da qualche parte lungo l’amaro sentiero delle nostre esistenze» cominciai a balbettare, tremando inesorabilmente.
«Io sarei rimasto in piedi con te tutta la notte, se avessi saputo come salvarti la vita.» lui mi rispose e mi strinse la mano.

Photo by "My Wife's Fight With Breast Cancer"

Photo by “My Wife’s Fight With Breast Cancer”

Avrei dovuto fargli sapere che io già ero a conoscenza di ogni suo più misero pensiero. Avrei dovuto stilargli una lista dei miei errori, dei suoi gesti d’amore purissimo.
Avrei dovuto pregare Dio perché lui mi stesse a sentire. Ancora una volta.
«Ho abbassato la voce troppe volte per concederti un’ultima possibilità. Hai deciso sempre di urlare.»
Lui ammetterà tutto. Che ormai prova solo odio logorante, che non accetta più il mio sguardo insano. Che sto morendo, che voglio morire. Che mi sto uccidendo. Che non sopporta più il mio corpo inerme ogni sera accanto al letto, sul pavimento. Che non può più amarmi.
«Kasia, io non so più che fare…»
Oppure dirà di non essere più lo stesso, comincerà a chiedermi perché mai io sia ancora lì, a cercarlo, a volerlo, ad osservare il suo viso incorniciato da occhi grandissimi e labbra carnose. Oppure dirà che è colpa sua, che se non è riuscito a cambiarmi è perché lui non è abbastanza forte.
«Guardati, ti prego…» continuava a ripetere con le lacrime agli occhi.
Oppure dirà che non gli piaccio più.
«Non ti riconosco.»
Oppure dirà che non l’amo abbastanza per riuscire a smettere, che sto ammazzando anche lui.
«E se t’amo ancora, è perché non voglio perderti, non voglio che tu ti perda. E se t’amo ancora è perché voglio ritrovare il sorriso di cui mi sono innamorato cinque anni fa. E se t’amo ancora è perché ho bisogno sempre e per sempre di queste mani. Io ti salverò. Non mi arrenderò mai.»
Poi, mi strinse e io cominciai a piangere, come non facevo da tempo. E mi risvegliai. Non sarei morta, avrei combattuto. Per lui. Per me.

Benedetta Ferrara

Il giorno dopo.

Tutti l’abbiamo vissuto, il giorno dopo. Tante di quelle volte da aver perso il conto ormai.

Foto di Alessandra Scarpa.

Foto di Alessandra Scarpa.

Il giorno dopo il primo fulmineo sguardo.
Il giorno dopo il primo incerto scambio di parole.
Il giorno dopo la prima tenera telefonata.
Il giorno dopo il primo dolce intreccio di mani.
Il  giorno dopo il primo delicato bacio.
Il giorno dopo il primo timido ti amo.
ll giorno dopo il primo vero, furioso litigio.
Il giorno dopo il primo incontro tra due corpi appassionati.

Il giorno dopo.
Ti svegli e, al principio, sembra tutto come sempre, perché la tua mente ci  mette sempre qualche momento per riannodare i pensieri. È un po’ come quando riprendi in  mano un libro e succede che qualche volta devi rileggere la pagina prima del segno, o almeno  qualche frase. Poi c’è quel momento in cui cominci a ricordare ogni cosa, e allora vorresti  tornare alla mattina prima, quando i tuoi ricordi erano diversi, perché non era ancora  successo niente. E poi te ne penti e sorridi sentendoti un po’ stupido. Il giorno dopo. Quando  scopri di amare intimamente e di desiderare ricordi duraturi e tangibili.

Benedetta Ferrara

Impareremo a perderci.

«Non ti accorgi che mi hai sempre vicino?» le disse, avvicinando dolcemente la sua mano tremante al suo viso ancora spento.All'orizzonte.Al di là della baia si ergeva solerte un faro sempre illuminato. Le acque ormai riposavano meravigliate, mentre il cielo arancio cominciava a stendersi delicatamente sul suo manto. Come ogni sera cielo e mare facevano l’amore, certi di un passato immortale e profondamente enfatici.
«Sono certa che la tua ombra si sia trasformata. I miei occhi tremano, percepisco che la tua anima sia continuamente ammantata alla mia. Ma tu non aver paura di cercare altro, non stancarti dell’oscurità. Non perdere il mio lontano sguardo tra la folla stremata, ma infilati ancora in quei sentieri di ricordi vagheggianti e di candide possibilità.» rispose lei, allontanandosi lentamente per dedicarsi soltanto alla luce fioca del faro che amabilmente ricopriva i corpi nudi di chi ancora continuava a perdersi l’uno nell’altra.
«Sai bene che io ignoro il domani. Preferisco crescere oggi.»
«E allora ti prego, abbracciami.» gli sussurrò sempre distante. Quelle parole vibrarono in quell’atmosfera calda come un sibilo che sa delicatamente urtare i timpani.
«Se un giorno cercherai questi occhi e saprai di averli persi, allora non piangere, ma aggrappati a te stessa. Non accarezzare il tuo corpo snello, non morderti le mani, ma bacia la tua anima e sorridi cercando quel posto che continui ad ignorare. So che presto ti perderai in un vortice di dolci percezioni.» le disse, tenendola stretta tra le sue braccia robuste.
Entrambi volsero lo sguardo verso il mare ancora inebriato dalla passione crepuscolare. Non sorridevano, sapevano che si sarebbero persi. Invidiavano la libertà percettiva della Natura che sa lasciarsi trascinare dalle emozioni come un’eterna vergine.
Lui allora le stampò un bacio sulla fronte. Caldo, intenso.
«Ti aspetterò, in quel domani che ignoro, al di là di questa baia. E sapremo perderci come questo mare. Come questo cielo.»

Benedetta Ferrara