GRAZIE.

Avrei voluto farlo prima. Ecco, vorrei cominciare così.
Avrei voluto farlo prima, vorrei abbracciarvi uno ad uno, ma negli ultimi giorni dell’anno che ci ha appena salutato, tra mal di schiena, influenza, mal di gola e raffreddore, proprio non ce l’ho fatta a mettere insieme una frase di senso compiuto. Vi ho voluto risparmiare inutili e detestabili parafrasi per capirci qualcosa! Alla fine, però, sono di nuovo qui. Questa volta sono qui per dirvi semplicemente, colma di gioia:

GRAZIE.

È stato un anno in bilico tra il dolce e l’amaro. Tra i sorrisi più sani e i pianti più crudi.PicMonkey Collagen

Eppure, ha saputo regalarmi le più belle soddisfazioni.
Mettiamo insieme un po’ di numeri:

60.700 visualizzazioni (senza utilizzare pubblicità alcuna)
38 Paesi hanno visitato almeno una volta questo misero Blog
4 racconti pubblicati in un anno (davvero pochini, ma è stato un anno duro e mi farò perdonare)
Più di 1000 mi piace sulla Pagina FB e ne vado fiera.

Nella mia vita di tutti i giorni – che si sta trasformando sempre più in una puntata di uno dei tanti telefilm che guardo! – sono cambiate diverse cose:

Mi sono messa in discussione diverse volte nel mio lavoro da giornalista, provando ad allontanarmi dalla pura e semplice scrittura. Ho moderato eventi, sono diventata Caporedattrice di una rivista e posso affermare di sentirmi soddisfatta per ogni più piccolo passo.
Sono stata nella mia amatissima Milano che ha saputo abbracciarmi con un calore indescrivibile.
SONO DIVENTATA ZIA!
Ed è stato l’evento più emozionante ed intenso di tutto l’anno e forse di tutta la mia vita fino ad ora. Una nascita è sempre felicità incomparabile.
Durante quest’anno ho potuto stampare nella mia flebile anima il volto di amici che so che saranno al mio fianco per il resto della mia vita.
Ora lo so. Ne sono certa.
Ma mi hanno anche spezzato il cuore. Io, però, rivolgo lo sguardo al futuro, a chi sa realmente comprendermi.
Dulcis in fundo, il mio destino mi ha trascinata in un luogo che poco frequento, perché lontano dal mio essere, per farmi conoscere una persona, un’anima, uno spirito, che ha saputo migliorarmi l’intero anno. Il mio 2015, grazie a lui, lo ricorderò sempre con un tenerissimo sorriso, proprio come quello stampato sul suo volto.

Io non posso che ripetervi, GRAZIE, e regalarmi, regalarci, la speranza di un 2016 ancora più bello. E come dice la mia amata Lucy:

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Con immensa gratitudine, Benedetta.

Nella luce del sole.

Il sole stava sorgendo.
Erano entrambi rinati da poco sotto la luce della Luna notturna, che gli aveva regalato una sottile aura color argento brillante.
Si guardarono negli occhi e rimasero per un po’ fermi, lì, senza sussurrare nemmeno la minima parola.
La Luna aveva finalmente ascoltato le loro preghiere ed erano insieme, come una volta.
Erano diversi però, il loro aspetto era mutato.
Lei aveva dei lunghissimi capelli color ambra e delle lucidissime perle color ciliegio al posto degli occhi. Fissava, invece, quei bellissimi diamanti turchese che ritrovava di fronte a sé, di nuovo come tanto tempo addietro.

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Foto di Natascia Miranda.

«La tua aura sta brillando.» disse la voce grave di Turin, allungando il braccio per accarezzare i lunghi capelli di Feb.
«Anche la tua.» rispose lei, tremando e avvicinandosi lentamente al ragazzo.
«Ci ha aiutati.» continuò lui, cominciando a pettinare con le sue sottili dita la seta che scivolava leggera lungo le esili spalle della ragazza.
«Sì, l’ha fatto. Lui aveva predetto tutto, ogni minimo dettaglio. E’ bello rivederti.» esclamò e in un attimo si gettò sul corpo di Turin, stringendolo contro il suo petto.
Lui la tenne stretta e chiuse gli occhi per sentire ogni scintilla di quell’abbraccio.
Rimasero per molto ancora sotto la luce del Sole, intrecciando le loro braccia con amore rinnovato.
Le loro aure, intanto, si fusero in un’unica grande nuvola d’argento, come una candida coperta, come un caldo rifugio, lontani dal resto.
D’improvviso sentirono una luce che si faceva sempre più forte col passare dei secondi, il suo colore si trasformava lentamente da blu cobalto ad azzurro, da verde acquamarina fino a diventare uno sfolgorante bianco panna.
Entrambi si voltarono spaventati, tenendo unite le loro flebili mani.
«La Luna non è sempre così clemente. Vi ha condotti verso la rinascita. Sappiate che il vostro amore non muterà nel tempo se sarete capaci di resistere alla forza del Mondo, alla forza delle Anime Oscure. Siate capaci di credere di poter essere speciali.» disse la Luna, parlando di sé in terza persona.
I suoi capelli le arrivavano alle caviglie e si intrecciavano, formando dei dolci boccoli dorati.
Il lungo abito bianco la faceva risplendere più di quanto già la sua pelle potesse fare e i suoi occhi color della Terra le donavano uno sguardo triste, ma saggio.
Le sue labbra si muovevano lentamente, come se la sottile voce che i due ragazzi stavano ascoltando non provenisse dal suo aggraziato corpo.
«Siete diversi, ma non per questo migliori. Siete cambiati, ma non per questo prima stavate fallendo.» disse la Luna, girando con passo pigro attorno ai due giovani ancora mano nella mano.
«Allora perché ci ha deciso di farci rinascere?»
«La Luna ha creduto che meritaste un’altra possibilità.» rispose, arrestando il suo passo e allontanandosi verso il lato opposto da cui era apparsa.
Turin e Feb si guardarono negli occhi e piansero invisibili lacrime dal dolcissimo sapore.
«Siete gli unici per cui vale la pena dare una seconda occasione. Saprete darvi forza a vicenda, farete da scudo per l’altro e riuscirete a stupirvi delle vostre capacità.» ci spiegò serafica, parlando lentamente e tenendo gli occhi concentrati sui nostri esili corpi.
«Guardatevi, siete rimasti mano nella mano tutto il tempo.» aggiunse, accennando quasi ad un dolce sorriso.
E poi scomparve, mescolandosi nella luce del Sole.
Feb rivolse il suo sguardo verso un meraviglioso panorama, al di là di una piccola collina verde.
Lunghe distese di case colorate, l’una accanto all’altra, come innamorate. Strette strade di periferia silenziose e deserte, abbagliate dal chiarore della luce mattutina. Sottili raggi di energia vitale filtravano attraverso le finestre, rischiarando il viso dei bambini appena svegli e ancora immersi dal tepore delle coperte.
«Guardaci.» disse Feb, stringendo più forte la mano di Turin.
Stavano osservando se stessi in strada, giovani come una volta, vecchi come poco prima.
Passeggiavano su due strade opposte. Ridevano, entrambi, entrando in due auto differenti.
«Eravamo felici?» chiese Feb interdetta.
«Sì, lo eravamo, a modo nostro, per come poteva apparirci la felicità allora. Potremmo ancora esserlo, in altro modo.» rispose Turin, avvicinandosi al viso di Feb e lasciandole un lieve stampo sulle labbra.
Lei arrossì e colorò il suo viso pallido di un tenue rosa pastello.
«Io…» provò a dire profondamente commossa, «Io, ora non la lascerei mai questa mano.» continuò sicura.
Turin le lasciò un altro bacio in custodia.

Benedetta Ferrara

Al di là. Al di qua.

Avevo pianto.

Ieri notte ho pianto. Ero stanca, malinconica, avevo litigato per futili motivi con diverse persone, per anni presenze essenziali della mia quotidianità. Ho cominciato a piangere, senza riuscire a smettere. Un ricordo ne trascinava un altro, e poi un altro, e un altro ancora.
E più piangevo, più sentivo il bisogno di dover continuare. Fino a consumare ogni lacrima, fino a svuotarmi del tutto.
«No, non è colpa mia. No, non è colpa mia.» continuavo a ripetermi, singhiozzando nervosamente.
E non era colpa mia. A volte la vita fa giri lunghissimi, per poi farti giungere proprio in quel luogo, in quel momento, in quell’attimo che avevi cercato da sempre di evitare. E allora cominci a piangere, perché nulla può cambiare ormai, perché tutto è andato e mai più sarà.
Gli ho scritto, pur sapendo quanto fosse inutile.
«Mi manchi. Avrei solo bisogno di te».
Un soffio di parole. Solo lui riusciva a calmarmi, solo lui riusciva ad arrestare ogni mia lacrima e a farmi sorridere.
Allora l’ho sognato. Lui stava bene. Riccio come una volta, ben vestito come sempre. Sorrideva e mi baciava. Si vantava di me con un suo amico, «Lei è la mia ragazza, ha talento, è buona ed è sempre impegnata».

Foto di Chiara Barbieri.

Foto di Chiara Barbieri.

Così, lui parlava di me. E sorrideva ancora. Quanto avrei voluto svegliarmi e poterlo tenere lì, al mio fianco, tra le mia braccia.
La mattina seguente, mi sono svegliata con gli occhi gonfi e pesti, con l’animo un po’ sgualcito, ma pervasa da una gioia così radicata. Tanto intensa da donarmi un dolce sorriso infantile. Lui c’era stato, di notte, affianco a me, nei miei sogni.

«Stanotte ti ho sognata. Fotografavi una colomba bianca e pioveva tantissimo».
Lessi quel messaggio sul mio cellulare, con gli occhi ancora socchiusi.
Era Elena, un’amica d’infanzia. Una ragazza che come me, ama vivere di passioni e di ambizioni. Ho cominciato a sorridere, poi ad emozionarmi, per l’eterna felicità che sa recarmi anche senza la sua fisica presenza. Qui, con me.
La pioggia, le mie lacrime. La colomba bianca, la sua mano che mi accarezza.
I suoi occhi che non mi perdono mai, i suoi abbracci che mi tengono al sicuro.
Elena aveva fatto da tramite. Il suo sogno aveva parlato a nome suo.
Lui avrebbe voluto rassicurarmi, come sempre. E ce l’ha fatta.
Ha scoperto un ponte per rimanere, nonostante tutto, legato a me.

Avevo pianto.
Ma alla fine ho pianto, sorridendo. Sorridendogli.

Un giorno, da qualche parte.

Foto di Chiara Barbieri.

Foto di Chiara Barbieri.

«C’è un posto per noi, da qualche parte, dove regna pace e tranquillità, all’aria aperta. E’ lì ad attendere per noi, lì da qualche parte.» Ci sarà tempo per noi, un giorno ci sarà un momento anche per noi. Tempo per stare insieme, per imparare. Tempo per curarci, per perdonarci. Un giorno. «Da qualche parte. Troveremo un modo nuovo di vivere». Sì, ci sarà un posto per noi, un tempo e un luogo per noi. Terrai la mia mano, io ti ci porterò in qualche modo, da qualche parte. Un giorno.

Benedetta Ferrara


Salviamoci.

Feci un passo piccolissimo, gli dissi che avevamo bisogno di parlare.
Lui camminò verso di me, lentamente, sorridendo educatamente di rimando. Mi fissò dritto nei miei occhi già lucidi, «Sediamoci, sarà solo una chiacchierata».
Una finestra alla nostra destra cominciò a raccontare la nostra storia. Nella luce che pian piano colpiva il suo specchio, io avevo visti i nostri cuori che erano stati incastrati dal destino. La luce che delicatamente scivolava sulla tenda, i nostri corpi che s’intrecciavano amandosi. La luce che si allontanava pacatamente, le nostre mani che invano provavano a dirsi addio.
Tra paura e senso di colpa, cominciai a sudare e a chiedermi perché fossi arrivata lì.
«Dove ho sbagliato? Ho perso l’anima da qualche parte lungo l’amaro sentiero delle nostre esistenze» cominciai a balbettare, tremando inesorabilmente.
«Io sarei rimasto in piedi con te tutta la notte, se avessi saputo come salvarti la vita.» lui mi rispose e mi strinse la mano.

Photo by "My Wife's Fight With Breast Cancer"

Photo by “My Wife’s Fight With Breast Cancer”

Avrei dovuto fargli sapere che io già ero a conoscenza di ogni suo più misero pensiero. Avrei dovuto stilargli una lista dei miei errori, dei suoi gesti d’amore purissimo.
Avrei dovuto pregare Dio perché lui mi stesse a sentire. Ancora una volta.
«Ho abbassato la voce troppe volte per concederti un’ultima possibilità. Hai deciso sempre di urlare.»
Lui ammetterà tutto. Che ormai prova solo odio logorante, che non accetta più il mio sguardo insano. Che sto morendo, che voglio morire. Che mi sto uccidendo. Che non sopporta più il mio corpo inerme ogni sera accanto al letto, sul pavimento. Che non può più amarmi.
«Kasia, io non so più che fare…»
Oppure dirà di non essere più lo stesso, comincerà a chiedermi perché mai io sia ancora lì, a cercarlo, a volerlo, ad osservare il suo viso incorniciato da occhi grandissimi e labbra carnose. Oppure dirà che è colpa sua, che se non è riuscito a cambiarmi è perché lui non è abbastanza forte.
«Guardati, ti prego…» continuava a ripetere con le lacrime agli occhi.
Oppure dirà che non gli piaccio più.
«Non ti riconosco.»
Oppure dirà che non l’amo abbastanza per riuscire a smettere, che sto ammazzando anche lui.
«E se t’amo ancora, è perché non voglio perderti, non voglio che tu ti perda. E se t’amo ancora è perché voglio ritrovare il sorriso di cui mi sono innamorato cinque anni fa. E se t’amo ancora è perché ho bisogno sempre e per sempre di queste mani. Io ti salverò. Non mi arrenderò mai.»
Poi, mi strinse e io cominciai a piangere, come non facevo da tempo. E mi risvegliai. Non sarei morta, avrei combattuto. Per lui. Per me.

Benedetta Ferrara

Il giorno dopo.

Tutti l’abbiamo vissuto, il giorno dopo. Tante di quelle volte da aver perso il conto ormai.

Foto di Alessandra Scarpa.

Foto di Alessandra Scarpa.

Il giorno dopo il primo fulmineo sguardo.
Il giorno dopo il primo incerto scambio di parole.
Il giorno dopo la prima tenera telefonata.
Il giorno dopo il primo dolce intreccio di mani.
Il  giorno dopo il primo delicato bacio.
Il giorno dopo il primo timido ti amo.
ll giorno dopo il primo vero, furioso litigio.
Il giorno dopo il primo incontro tra due corpi appassionati.

Il giorno dopo.
Ti svegli e, al principio, sembra tutto come sempre, perché la tua mente ci  mette sempre qualche momento per riannodare i pensieri. È un po’ come quando riprendi in  mano un libro e succede che qualche volta devi rileggere la pagina prima del segno, o almeno  qualche frase. Poi c’è quel momento in cui cominci a ricordare ogni cosa, e allora vorresti  tornare alla mattina prima, quando i tuoi ricordi erano diversi, perché non era ancora  successo niente. E poi te ne penti e sorridi sentendoti un po’ stupido. Il giorno dopo. Quando  scopri di amare intimamente e di desiderare ricordi duraturi e tangibili.

Benedetta Ferrara

Impareremo a perderci.

«Non ti accorgi che mi hai sempre vicino?» le disse, avvicinando dolcemente la sua mano tremante al suo viso ancora spento.All'orizzonte.Al di là della baia si ergeva solerte un faro sempre illuminato. Le acque ormai riposavano meravigliate, mentre il cielo arancio cominciava a stendersi delicatamente sul suo manto. Come ogni sera cielo e mare facevano l’amore, certi di un passato immortale e profondamente enfatici.
«Sono certa che la tua ombra si sia trasformata. I miei occhi tremano, percepisco che la tua anima sia continuamente ammantata alla mia. Ma tu non aver paura di cercare altro, non stancarti dell’oscurità. Non perdere il mio lontano sguardo tra la folla stremata, ma infilati ancora in quei sentieri di ricordi vagheggianti e di candide possibilità.» rispose lei, allontanandosi lentamente per dedicarsi soltanto alla luce fioca del faro che amabilmente ricopriva i corpi nudi di chi ancora continuava a perdersi l’uno nell’altra.
«Sai bene che io ignoro il domani. Preferisco crescere oggi.»
«E allora ti prego, abbracciami.» gli sussurrò sempre distante. Quelle parole vibrarono in quell’atmosfera calda come un sibilo che sa delicatamente urtare i timpani.
«Se un giorno cercherai questi occhi e saprai di averli persi, allora non piangere, ma aggrappati a te stessa. Non accarezzare il tuo corpo snello, non morderti le mani, ma bacia la tua anima e sorridi cercando quel posto che continui ad ignorare. So che presto ti perderai in un vortice di dolci percezioni.» le disse, tenendola stretta tra le sue braccia robuste.
Entrambi volsero lo sguardo verso il mare ancora inebriato dalla passione crepuscolare. Non sorridevano, sapevano che si sarebbero persi. Invidiavano la libertà percettiva della Natura che sa lasciarsi trascinare dalle emozioni come un’eterna vergine.
Lui allora le stampò un bacio sulla fronte. Caldo, intenso.
«Ti aspetterò, in quel domani che ignoro, al di là di questa baia. E sapremo perderci come questo mare. Come questo cielo.»

Benedetta Ferrara